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18
September
2016

Vivere nel presente, progettando il futuro

Marco Ferrini

Marco Ferrini - Serenità interioreRecentemente una persona mi ha scritto esponendomi la seguente problematica:

“Le scrivo per chiederle una cosa in merito alla percezione del futuro: io a volte mi trovo a vivere troppo "avanti" nel tempo, perdendo un po' il contatto con il presente, non in modo tale da comprometterlo ma sicuramente ho la tendenza a proiettarmi troppo nel futuro. Quello che le chiedo è come integrare un sano progettare il futuro con un sano vivere il presente”.

Poiché questo tema potrebbe essere interessante per più persone, ho pensato di condividerlo sul mio blog, sintetizzandovi la risposta che ho dato alla cara persona che mi ha posto la domanda.

Vivere proiettati nel futuro significa far dipendere la propria felicità da eventi futuri incerti.

Quel che in questi casi vi consiglio di fare è l'esercizio di presenza a voi stessi nel qui ed ora.

In che modo?

Cercando di valorizzare quel che vi accade minuto dopo minuto, e di trarre gioia dalle piccole grandi conquiste quotidiane.

La felicità, in verità, è un modo di essere, un'attitudine verso voi stessi, gli altri, la vita. Non è determinata dagli eventi ma da come li affrontate, qualunque essi siano.

Si può imparare ad apprezzare anche le sofferenze, se realizzate che aprono gli occhi e spianano la via evolutiva.

Patanjali chiama questa attitudine "santosha" (coltivare la soddisfazione nel sé) e nello Shrimad Bhagavam Shri Krishna la definisce al suo apice con l'espressione "atma-rama", colui che gioisce nell'anima.

Facendo vostra questa prospettiva, e man mano applicandola nella vostra quotidianità, continuerete a fare anche grandi progetti per il futuro, ma senza più dipendere da essi per la vostra felicità.

In conclusione di questa mia riflessione vi riporto una bellissima strofe della Bhagavad-gita (XVIII.54), in cui Shri Krishna spiega le tre caratteristiche fondamentali per realizzarsi spiritualmente e sperimentare l'amore per Dio ed ogni sua creatura.

Le tre caratteristiche in oggetto sono:

1) “Non avere rimpianti (na shaucati)”. Chi ha rimpianti vive nel passato, smarrisce il contatto con il presente e perde ogni capacità progettuale.

2) “Non bramare (na kankshati)”. Sappiamo che il desiderio è motore della vita. La Bhradaranyaka Upanishad spiega che la persona non è che desiderio, ma quel che Krishna evidenzia in questa parte della Bhagavad-gita è l'importanza di abbandonare la forma morbosa ed egoica del desiderare, quella che avvinghia la persona all'oggetto della propria conquista, considerandolo conditio sine qua della propria soddisfazione e felicità. Progettare e desiderare sì, ma con prospettive aperte. Le pretese uccidono la bontà del desiderio e il suo principio potenzialmente evolutivo. Ci privano della libertà di utilizzare a nostro favore tutto quel che arriva, convertendolo in strumento utile alla nostra evoluzione.

3) “Essere equanimi verso tutti (sama sarveshu bhuteshu)”, e anche verso tutto quel che ci viene in sorte. Accogliere dunque sia il successo che il fallimento, il piacere e il dolore, il bello e il brutto con un'attitudine equanime.  Solo in questo modo costruiamo gradualmente la nostra identità di persone consapevoli e libere, non fataliste ma responsabili, ovvero: persone che responsabilmente elaborano quanto accaduto nel passato, responsabilmente affrontano il presente e altrettanto responsabilmente si predispongono al futuro.

Marco Ferrini

 

 

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