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28
July
2017

Quando la sofferenza e il piacere producono stati di dipendenza

Marco Ferrini

Marco Ferrini - Serenità interioreDurante uno dei nostri ultimi incontri webinar, mi è stata posta una domanda  che non c’è stato tempo di trattare in diretta e che vorrei affrontare qui a beneficio di tutti.

"Perchè a volte ci sentiamo quasi meglio quando soffriamo e le cose vanno male, piuttosto che quando siamo felici e tutto sembra andare per il meglio?”

La premessa che voglio fare è che naturalmente occorrerebbe valutare le cause di questo fenomeno analizzando ogni particolare situazione nella sua specificità, in quanto le motivazioni potrebbero anche essere ben diverse caso per caso.

Possiamo tuttavia fare delle considerazioni di carattere generale, perché comunque questi episodi, diffusi e degni di nota, possono essere riconducibili a differenti macro-categorie.

Non è raro che la sofferenza, così come avviene esattamente con il piacere, produca stati di dipendenza psicologica. Lo spiega molto bene Patanjali nei suoi Yoga-sutra, in cui identifica raga e dvesha, il binomio attrazione-repulsione o piacere-dolore,  come uno dei più condizionanti, che produce identificazioni molto forti e difficili da destrutturare.

Chiariamo che in questi casi, quando si parla di piacere, non lo si intende ovviamente come sinonimo di felicità o realizzazione interiore, bensì si fa riferimento al piacere di natura egoica, scevro da una adeguata consapevolezza di sé sul piano profondo, spirituale. Questo piacere, esattamente come la sofferenza sganciata da una visione superiore, produce stati di dipendenza e schiavitù interiore.

Per quanto riguarda la sofferenza, cito la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”, che si manifesta  in vittime di episodi di violenza. In questi casi, durante i maltrattamenti subiti, la persona sviluppa una sorta di dipendenza dal  proprio aggressore che può spingersi fino alla sottomissione volontaria, instaurandosi in questo modo una sorta di perversa alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.

Il caso da cui ha preso il nome la sindrome di Stoccolma è accaduto in una banca svedese nel 1973, in cui quattro dipendenti furono tenuti in ostaggio per 6 giorni da 2 uomini armati.

Durante questo periodo le vittime svilupparono un legame patologico affettivo nei confronti dei loro sequestratori tanto da prenderne le difese nella fase processuale.

A partire da quel significativo episodio, il legame particolare che si viene a creare tra coloro che sono sequestrati o abusati e i loro carnefici prende appunto il nome di sindrome di Stoccolma, coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot.

In queste circostanze la vittima percepisce che non ha più il controllo della propria vita e che la propria incolumità dipende totalmente da un’altra persona. Scattano allora dei meccanismi di difesa inconsci che portano a sviluppare un attaccamento affettivo nei confronti del carnefice, nella convinzione (sempre inconscia) di contenere così la violenza ed evitare  la morte.

Quanto ho appena descritto in sintesi corrisponde al cosiddetto "vantaggio o beneficio secondario" che induce la persona allo sviluppo della suddetta sindrome.

In effetti, in presenza di un qualsiasi stato di dipendenza, occorre sempre andare a ricercare quale sia lo specifico beneficio secondario che la persona ne deriva e che le impedisce di emanciparsi.

A volte la sofferenza risulta paradossalmente più accettabile del piacere, perché  inconsciamente la persona non si ritiene degna di meritare una condizione di benessere, e ciò a causa della presenza di complessi di colpa irrisolti. In questi casi la sofferenza viene accettata, e finanche ricercata, proprio per scontare quel male o dolore che si ritiene di aver arrecato ad altri.

E' come se la persona, nel momento in cui sperimenta uno stato di benessere, si senta a disagio pensando di appropriarsi di qualcosa che non le spetta, di conseguenza si attiva  una dinamica inconscia di autocondanna e di auto-boicottaggio.

"Non mi merito questa felicità e dunque faccio di tutto per evitarla o per sabotarla". Si manifesta dunque una paradossale paura, ansia o sofferenza nel provare piacere.

A volte è il prolungarsi di stati di malessere e di esperienze traumatiche che fa sviluppare nei confronti della sofferenza una sorta di dipendenza, per la quale inconsciamente si oppone resistenza al cambiamento e alla risoluzione dei propri problemi. Per quale motivo?

Lo Yoga illustra molto bene questi fenomeni, spiegando il concetto di samskara o memorie inconsce che si strutturano a seguito delle esperienze vissute e che determinano una sorta di involontaria e automatica coazione a ripetere.

E’ come se la persona non riuscisse ad uscire fuori dal copione dei propri modelli cognitivi e comportamentali con i quali si è completamente identificata, e dunque con una certa immagine dell’io e visione di sé in rapporto agli altri e agli eventi della vita.

A fronte di ciò, l’idea del cambiamento produce paradossalmente uno stato di confusione e paura; la persona non si sente in grado di far fronte a situazioni sconosciute, non desidera esporsi a nuove  opportunità che lei percepisce invece come potenziali rischi e preferisce mantenere lo status quo, seppur doloroso e disfunzionale, pur di predisporsi al miglioramento delle sua condizione.

Molto spesso gli attaccamenti a cose, situazioni o persone, o all’idea che la persona ne aveva, rappresentano catene ai piedi che inconsciamente le impediscono di muoversi, emanciparsi e spiccare il volo verso la propria felicità.

Spesso in questi casi si tenta poi di razionalizzare o giustificare il proprio comportamento con pensieri o frasi del tipo: “Non ho la forza per cambiare”; “In fondo non sto così male”; “Se me ne vado, priverò l’altro della possibilità di correggersi e migliorarsi”, e così via.

Anche qui la millenaria scienza dello Yoga ci offre trattati di grande rilevanza per comprendere nel profondo l’origine degli attaccamenti egoici e quali sono le conoscenze e pratiche fondamentali che ne permettono lo scioglimento e la sublimazione.

Marco Ferrini

  • Tags: dipendenza, marco ferrini, piacere, sofferenza, yoga

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    19. February, 2016 |

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