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29
March
2013

La non violenza nello Yoga della Bhakti - PARTE 2/2

Marco Ferrini

Ahimsa - Marco FerriniPraticare ahimsa, la non violenza, significa avere la maturità di comprendere che a volte una parola può ferire molto più di un pugnale o che si può mancare di rispetto ad una persona anche seguendo formalmente le regole del galateo. Infatti, al di là  di ciò che risulta all'esterno, è la motivazione del nostro parlare od agire che fa la vera differenza. La qualità della motivazione e della carica affettiva determinano l’efficacia e le conseguenze del nostro fare e dire. Anche una giusta correzione, se viene fatta con autoritarismo, collera, denigrazione, rancore, rivalsa, aggressività o competitività negativa, perde ogni suo valore e diventa decisamente negativa.

I testi dello Yoga spiegano che anche l'indifferenza o l’approvazione silenziosa di un pensiero, una parola oppure di un’azione negativa o scorretta rappresentano una forma subdola e pericolosa di violenza morale. Lealtà, spirito di solidarietà, generosità, forza di combattere per una causa giusta, coraggio di agire in difesa di valori, sono qualità preziose che costituiscono parte integrante del concetto di ahimsa.

 

Il principio della non violenza va praticato con giudizio, con maturità ed equilibrio, affinché non subisca esso stesso delle degenerazioni sfociando in forme patologiche di pensiero e di comportamento. Va considerato ad esempio che talvolta alcune forme di violenza legalizzata possono risultare indispensabili per mantenere un minimo di ordine nella società. Una persona violenta, ad esempio, dovrà subire probabilmente dei provvedimenti coercitivi a tutela della collettività, in base alle norme dello Stato di diritto, affinché si arresti la sua altrimenti irrefrenabile carica distruttiva ed auto-distruttiva. Ciò è contemplato nel concetto di legittima difesa, in cui si arreca un danno per esservi costretti 
dalla necessità di difendere sé o altri contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, a patto che ci sia realmente una situazione di pericolo e sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa. E' dunque la motivazione e l'intenzione il fattore principale che distingue un'azione dharmya da un comportamento a-dharma.

Negli Yogasutra di Patanjali, il testo classico dello Yoga, ahimsa rappresenta un basilare presupposto etico per poter avviare la pratica dello Yoga. Ahimsa costituisce infatti uno dei cinque principi definiti yama, i  principali comportamenti nocivi da cui astenersi, che vanno applicati di pari passo con niyama, l'assunzione di  comportamenti retti orientati all'evoluzione e alla purificazione della coscienza.

In Sadhana Pada sutra XXX si legge:  “Non violenza, veridicità, astensione dall’appropriarsi di ciò che non ci appartiene, contenimento dell'energia sessuale e libertà dal senso di possesso sono le astensioni (yama)”, e il sutra XXXII prosegue descrivendo le cinque principali prescrizioni (niyama): “Purezza e pulizia, soddisfazione interiore, rigorosa coerenza, studio dei testi sacri e abbandono a Dio”.

Questi principi di comportamento hanno validità universale, a prescindere dal proprio credo, razza o nazione, e permettono lo sviluppo delle qualità spirituali di ciascun individuo.

MArco Ferrini (Matsyavatara das)

 

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  • grazie per ricordarci il vero piano della Realtà, per gradi accessibile...grazie
    Beatrice

    Beatrice

    19. February, 2016 |

  • grazie per questa chiara e vera descrizione, che ci incoraggia al senso di responsabilità personale, grazie
    Beatrice

    Beatrice

    27. January, 2016 |

  • Grazie. Come sempre articoli molto interessanti
    Michele Francesconi

    Michele Francesconi

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