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20
March
2013

La non violenza nello Yoga della Bhakti - PARTE 1/2

Marco Ferrini

I sintomi di un saggio sono la tolleranza, la compassione e la benevolenza verso tutti gli esseri viventi. Il saggio non ha nemici, è pacifico, dimora negli insegnamenti delle Scritture e le sue qualità sono sublimi (1).

Lo Yoga della Bhakti, per essere compreso nella sua essenza, deve essere studiato non solo da un punto di vista dottrinale ma nella sua valenza socio-cosmica, per comprendere come i valori spirituali che insegna possano essere applicati in ogni sfera esistenziale.

Il sentimento e la realtà religiosa del Bhakta conducono ad  una piena armonizzazione tra bisogni terreni e istanze spirituali, tra l'uomo di terra e l'uomo di cielo, tra materia e spirito, tra immanenza e trascendenza. Tale opera di integrazione si fonda sulla consapevolezza dell'esistenza del dharma, l'ordine socio-cosmico di origine divina. Se con il proprio comportamento l'individuo si armonizza al dharma, può realizzare pienamente se stesso nella sua dimensione umana e divina.

Nella tradizione indovedica la vita spirituale non implica l'abbandono delle responsabilità assunte, ma consiste nel corretto espletamento delle stesse finalizzate all'evoluzione spirituale. Dunque l'individuo non deve rinunciare ad agire, ma deve agire per un fine superiore, non egoico, che conduca al bene proprio e a quello di tutte le creature, poiché la propria evoluzione non si compie se non si opera per favorire l'evoluzione di tutti gli esseri.

Le Upanishad spiegano con un suggestivo linguaggio simbolico le sottili ma potenti interazioni e corrispondenze tra individui, tra il mondo delle cose e quello della coscienza (2), tra oggetto e soggetto, tra microcosmo e macrocosmo, tra creature, creato e Creatore. Indagando i collegamenti tra le varie dimensioni della realtà, esse svelano l'intima interconnessione di tutte le creature e riconducono la molteplicità del reale alla sua sorgente unitaria, individuando nel Brahman, il supremo Spirito, l’essenza ultima che tutto sostiene e da cui tutto ha tratto origine.

Dunque, secondo tale visione della realtà, tutto è collegato ed è parte di un progetto universale governato da leggi precise e rigorose che hanno lo scopo di ordinare la vita e le sue manifestazioni. In tale contesto s'inserisce la cosiddetta legge del karma,  il principio di causa-effetto che secondo i testi indovedici governa ogni espressione della vita e per il quale ad ogni azione, positiva o negativa, segue una reazione dello stesso segno, che l’autore raccoglie di vita in vita.

La comprensione  dei principi del dharma e del karma  non deve limitarsi ad un piano teorico, ma sfociare nell’applicazione pratica, consentendo di misurare continuamente, nella vita di tutti i giorni, gli effetti del proprio comportamento per impararlo a modulare adeguatamente, per il bene di tutti.

Il comportamento in armonia con i principi del dharma permette di conseguire con soddisfazione e senza “effetti collaterali” tutti gli scopi che un individuo si prefigge nella vita fino al più elevato, che tradizionalmente consiste nell’ottenimento della comunione con Dio (yoga) nel sentimento dell'amore (prema-bhakti).

L'adharma è l’esatto contrario di dharma, e rappresenta quindi tutto ciò che viola l’ordine, l'armonia, il benessere e la pace garantiti dalla legge cosmica. Ogni volta che il dharma viene trascurato o infranto e l’adharma prende il sopravvento, si producono confusione, obnubilamento della coscienza e sofferenza.

Uno dei principi fondamentali da rispettarsi nell'ambito del dharma è quello di ahimsa (अहिंसा), letteralmente 'non violenza'.

Il termine sanscrito è composto dalla negazione a,  'non' e himsa, forma desiderativa del verbo han 'uccidere, nuocere'. Tradizionalmente ahimsa indica l'assenza del desiderio di nuocere  o danneggiare in alcun modo qualunque essere vivente, e non solo con le proprie azioni, ma anche con i pensieri, desideri e parole.  Anche proferire menzogne è una forma di violenza, così come tenere soltanto per sé ciò di cui anche altri hanno bisogno.

In tale contesto il principio di ahimsa va dunque ben oltre il concetto di "non uccidere" o "non nuocenza", poiché implica un atteggiamento globale, onnicomprensivo, di rispetto e valorizzazione di ogni essere. La pratica del vegetarianismo, finalizzata al rispetto del valore della vita, rappresenta dunque solo uno dei tanti aspetti del principio di ahimsa.

L'accezione più ampia del termine trasmette una serie di valori positivi, quali empatia, compassione, amicizia, gentilezza, benevolenza, amore universale che, praticati nella loro essenza ed autenticità, ispirano la convivenza civile e favoriscono l'evoluzione di ogni essere.

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(1) Bhagavata Purana III.25.21. Traduzione liberamente tratta da Shrimad Bhagavatam, tradotto e commentato da Bhaktivedanta Svami Prabhupada, Firenze, Edizioni Bhaktivedanta,1993, p. 72

(2) Si veda M. Talbot, Tutto è Uno, Ed. Urra, 1997, p. 171: “Credo che abbiamo superato da tempo, nella fisica delle particelle, il concetto di struttura passiva dell'universo, penso che siamo nel dominio nel quale l'interazione della coscienza con l'ambiente si verifica su scala talmente primaria che stiamo davvero creando la realtà in tutte le definizioni ragionevoli del termine.”

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  • grazie per ricordarci il vero piano della Realtà, per gradi accessibile...grazie
    Beatrice

    Beatrice

    19. February, 2016 |

  • grazie per questa chiara e vera descrizione, che ci incoraggia al senso di responsabilità personale, grazie
    Beatrice

    Beatrice

    27. January, 2016 |

  • Grazie. Come sempre articoli molto interessanti
    Michele Francesconi

    Michele Francesconi

    29. December, 2015 |

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